Il lavoro al centro del nostro futuro
martedì, 4 ottobre 2011
quadro di Tarsila do Amaral
La situazione è grave. L'Italia è un Paese seriamente malato: la crisi lo ha colpito in pieno e ne ha messo a nudo tutti i difetti strutturali, le debolezze, i limiti. C'è stato un momento in cui molti hanno pensato che, passata la burrasca, la crisi potesse essere un'occasione salutare per rinnovare il sistema: oggi, però, ci rendiamo conto che è più vicino il tracollo che non la ripresa, ed ognuno di noi guarda con timore al futuro.

 

La speranza non è morta, ma è sempre più difficile ipotizzare una svolta positiva in tempi rapidi: abbiamo di fronte anni difficili, che metteranno duramente alla prova la tenuta dei sistemi economici e dei nostri modelli di convivenza.
La società è attraversata da tensioni sempre più forti. A subire gli effetti della crisi sono quelli che già prima di essa non vivevano certo nel lusso: lavoratori dipendenti, giovani precari, pensionati. Sono intere fasce sociali che oggi rischiano di sprofondare nella povertà: ora la zattera resta a galla grazie alle reti di protezione familiare, tipiche del nostro Paese, ma anche queste sono destinate ad indebolirsi. Se un giovane poteva sopravvivere a lunghi periodi di precariato e incertezza salariale, era solo grazie alla stabilità lavorativa dei genitori: ma se ora questi perdono il lavoro, o si vedono impoverito lo stipendio, i costi della precarietà non potranno più scaricarsi su di loro.


Il nostro modello di welfare va quindi profondamente ripensato: per ora è riuscito solo ad attutire il colpo, innanzitutto grazie al massiccio ricorso alla cassa integrazione. Ma questa è per definizione uno strumento eccezionale, non può diventare un modo per reggere il sistema produttivo. Non può farlo in eterno. I dati forniti dall'Agenzia del Lavoro fotografano una situazione preoccupante anche in Trentino: gli iscritti alle liste di mobilità non accennano a diminuire sensibilmente, e il mercato del lavoro si dimostra incapace di assorbire chi è stato licenziato, pur in presenza di agevolazioni ed incentivi. Significa da un lato che il sistema è affaticato e non riesce a crescere, e dall'altro che esiste un problema di equilibrio tra domanda e offerta.


L'Italia non ha una brillante tradizione di politiche attive del lavoro. In Trentino siamo riusciti ad anticipare molte soluzioni innovative, fin dalla creazione dell'Agenzia del Lavoro negli anni '80. Ora è il caso di riaprire una stagione di riforme pari a quelle che hanno caratterizzato la stagione migliore dell'industria trentina: riforme moderne e al passo con le esigenze dei nostri tempi, per le quali è necessario un livello di condivisione costruttiva tra sindacati, organizzazioni economiche e istituzioni. La manovra anticrisi è stata un buon banco di prova: da qui bisogna ripartire, per garantire una coesione sociale che sarà messa a dura prova dalle sfide che ci attendono nell'immediato futuro.
Due sono i campi principali su cui ci giochiamo la partita dello sviluppo.


Il primo vede schierati i giovani, che più degli altri faticano a costruirsi prospettive di vita stabili. Disoccupazione, Neet (giovani inattivi, che non studiano né cercano impiego) e fuga dei cervelli, come ricordano molti analisti, sono i nodi cruciali che caratterizzano drammaticamente questa "generazione sprecata": la più qualificata e colta nella storia italiana, ma che si trova di fronte un presente di precarietà e un futuro di miseria. A che costo? E' un disastro sociale quello che abbiamo di fronte, ma anche economico: gli oltre due milioni di giovani inattivi, che rappresentano più del 23% della fascia tra i 15 e i 29 anni, rappresentano una perdita di reddito netto potenziale di 23 miliardi di euro. Anche il saldo negativo tra laureati immigrati ed emigrati dà il segno di un Paese spento e inerte: bene quindi faremo ad aprire la nostra Università, i centri di ricerca e le imprese in una prospettiva internazionale, per fare del Trentino un polo attrattivo per le migliori professionalità, dal campo scientifico a quello umanistico. Senza timori reverenziali e nella consapevolezza che, chiudendosi nel localismo, la sfida della competitività è persa in partenza.


Il secondo campo è quello dell'innovazione e della qualificazione del lavoro. Uno dei freni alla ripresa, nella nostra provincia, è proprio quello di un limitato sviluppo qualitativo della produzione, con le conseguenti ripercussioni sulla domanda di manodopera altamente qualificata e specializzata. Ma è proprio il rafforzamento del capitale umano, unito a misure di stimolo alle imprese, il primo passo per uscire dalla crisi. Qualcosa in Trentino è già stato abbozzato: il Fondo Olivi è stata un'azione politica puntuale e innovativa, perché- allontanandosi dalla logica dei contributi a pioggia- ha difeso l'occupazione inserendo elementi di selettività nell'individuazione dei beneficiari. Selettività che è diventata poi il perno della riforma degli incentivi alle imprese, con la quale si è spostato l'obiettivo dalla produzione in quanto tale alla produzione di qualità, tecnologicamente avanzata, con alto contenuto di innovazione, creatrice di posti di lavoro stabili e qualificati.

 La strada deve essere questa e va percorsa con coraggio.
La situazione è grave, ho scritto in apertura, ma io penso che possiamo farcela, nonostante tutto. Il maggior pregio dell'Autonomia è la sua possibilità di rinnovarsi dinamicamente, ed è una ricchezza che va sfruttata fino in fondo: dobbiamo tutti essere all'altezza dell'enorme potenziale che abbiamo a disposizione, senza crearci alibi e agendo urgentemente con profondo senso di responsabilità.

Bruno Dorigatti

2 commenti all'articolo - torna indietro
inviato da Bruno Dorigatti il 11.10.2011 14:34
Ciao Ezio, già condividere l’analisi è molto importante, perché fa sì che si condividano anche le necessità e le priorità. Le ricette, poi, possono essere diverse: ad esempio io penso sia prioritario lavorare sull’occupabilità dei giovani e sulla creazione di un mercato del lavoro dinamico e in grado di assorbire le grandi professionalità delle nuove generazioni. Credo però anche che vadano rivisti gli ammortizzatori sociali: ad oggi chi più ne ha bisogno ne è di fatto escluso, e quindi bisogna costruire strumenti di protezione dei precari e di chi non ha continuità di reddito. La sostenibilità di queste politiche non è un problema secondario, e dobbiamo fare i conti con un contenimento delle risorse inesorabile: io sono convinto che, in questo scenario, le vere politiche “di sinistra” siano quelle che- accantonando le amare medicine dei tagli al sociale, agli investimenti, alla formazione e ricerca- propongano strategie di crescita per evitare spirali depressive e garantire un futuro di equità. E’ importante continuare a confrontarci su questi temi: per troppo tempo sono stati trascurati, e i risultati sono purtroppo davanti agli occhi di tutti! Un caro saluto a te!
inviato da Ezio il 09.10.2011 21:59
Caro Bruno, la tua analisi è condivisibile, ma le proposte sono alquanto generiche.
Perchè non andare nel concreto e proporre di istituire un reddito di cittadinanza, non di garanzia, al quale collegare un salario sociale per i giovani precari e disoccupati usando le risorse derivanti dalle aziende collegate della Pat ?
Se utilizzassimo le risorse dell'A22 per i giovani istituendo il salario sociale anziché foraggiare il tunnel del Brennero, penso sarebbe più utile per tutti escludendo i general contractor.
Si potrebbe utilizzare gli utili di Dolomiti energia per sostenere il progettone, si potrebbe fare come a Napoli e ripubblicizzare l'acqua.
Pensi sia utopia? Sbagli sono percorsi possibili quello che manca è la volontà politica da parte di questa giunta, troppo ingessata dagli interessi dei potenti.
Un caro saluto Ezio
Inserisci commento...