
Tale necessità è tanto più pressante poiché questo investimento si colloca su di un piano, quello della costruzione di una casa comune europea, che non può fare a meno del confronto pubblico e della condivisione di esperienze, intuizioni e conoscenze.
Cade proprio quest'anno una ricorrenza molto importante e significativa: nel 1941 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni collaboravano alla stesura, nel confino imposto loro dal regime fascista sull'isola di Ventotene, al Manifesto "Per un'Europa libera e unita". A settanta anni di distanza, quello scritto possiede ancora una formidabile forza e un'attualità sorprendente, e rappresenta senza dubbio una delle migliori elaborazioni sul percorso di integrazione europea: elaborazione straordinaria perché in enorme anticipo sui tempi, redatta nel pieno di una guerra tragica e dagli esiti tutt'altro che scontati, quando tutto si poteva immaginare tranne l'affermazione di un fronte democratico e l'apertura di una fase di pace e libertà per i popoli europei.
Quei tre intellettuali fecero della sventura del confino un'eccezionale possibilità: unirono le loro storie, le loro diversissime formazioni intellettuali, concentrarono i loro sforzi su un obiettivo comune e misero a disposizione dei contemporanei e delle generazioni future un'analisi lucidissima e lungimirante sulle necessità dei popoli per un futuro di democrazia reale. Il progetto partorito a Ventotene non è un semplice, freddo disegno istituzionale, ma un' "utopia concreta" che coniuga il pragmatismo della politica con una forte carica ideale. Qual era l'idea che legava Spinelli, Rossi e Colorni? Era l'idea di Europa: la consapevolezza che solo un'Europa unita in modo democratico, espressione del volere dei popoli e non delle oligarchie, avrebbe garantito il mantenimento della pace e posto le basi per una maggiore uguaglianza sociale. Quale doveva essere il principio costruttivo di questa Europa? Il federalismo, il riconoscimento e il rafforzamento delle autonomie, contro i dogmi della sovranità assoluta e del nazionalismo che in quegli anni tragici avevano fatto sprofondare il mondo in un inferno di violenza e dolore. Altiero Spinelli più di tutti fece del disegno federalista la stella polare del proprio agire, cercando di capire- e di far capire- come il processo di integrazione europea e una riforma in senso federalista dello Stato italiano fossero due esigenze da tenere unite, che si sostenevano e rafforzavano l'una con l'altra.
Come ha scritto il Presidente Giorgio Napolitano, "sulle idee e sulle battaglie di Altiero Spinelli c'è da riflettere assai più di quanto si sia fatto finora in Italia. Si tratta forse del lascito più ricco su cui possano contare, per formarsi moralmente e per operare guardando al futuro, le nostre generazioni più giovani". Giovani che devono alimentare una cultura critica, priva di dogmatismi e tabù, aperta al mondo, lontana dai fanatismi e da ogni ortodossia, per essere portatori- come Spinelli- "di ideali fermi e di proposte precise sul come far prosperare la città democratica": questa cultura, che ha alla base le pratiche del dialogo, del confronto e del reciproco rispetto, può essere il terreno su cui cresceranno il Trentino e l'Europa del futuro.
Bruno Dorigatti
leggi l'editoriale di Francesco Anesi (Il Trentino, 18 luglio 2011)

